bdsm
Sottomessa perversamente dal mio capo.
10.05.2026 |
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"Sempre accesa, mi punta la parte inferiore tra le natiche e, forzando appena, me la infila quasi tutta nel culo, ancora accesa, iniziando a fottermi così..."
Da cinque mesi svolgo il mio praticantato da avvocata presso uno studio legale. Il mio capo è l’avvocato Javier. Un quarantenne severo, tutto d’un pezzo ma un gran figo, un vero maschio alfa che suscita in me tanta ammirazione, ma incute anche tanto timore e soggezione. Mai puntuale, ogni giorno arrivo in studio sempre con cronico ritardo.
Anche quel giorno. Entro in ufficio correndo, saluto alcuni colleghi e raggiungo la mia scrivania prima che Javier possa accorgersi del mio ritardo.
Stamattina ci si è messo di mezzo anche il traffico. Mi siedo, accendo il computer e inizio a rilassarmi.
-«Buongiorno, signorina Mazza.»
Mi alzo in fretta quando Javier mi passa davanti, avendo anche il tempo di rovesciare l’intera tazza di caffè sulla scrivania. Lui fa una faccia perplessa, ma va oltre e si chiude nel suo ufficio. Io, invece, provo a ripulire il disastro e mentre mi piego verso il pavimento, il vestito sale fino agli inguini, mostrando le mie mutandine bianche. Javier riappare all’improvviso, le fissa e, guardandomi in modo strano, si schiarisce la voce mi dice.
-«Ho bisogno del mio caffè, adesso.»
Mi fissa un’ultima volta tra le cosce e va nel suo ufficio. Vado di corsa al bar all’angolo e lo ordino come piace a lui; nero, forte, doppio. Raggiungo la sua stanza, busso e, dopo aver sentito il suo «Avanti», entro sorridendo.
Ancora una volta il suo sguardo mi passa ai raggi X, provocandomi un sussulto al punto che inizio a pensare che ci sia qualcosa che non va nel mio abbigliamento.
-«Le sembra il modo di venire al lavoro, questo?»
Mi dice, infine, iniziando a sorbire il suo caffè.
Sono in totale confusione, ma da una rapida occhiata, non trovo niente di male nel mio vestito.
-«Non... non capisco.»
Biascico a disagio.
-«E mi hanno anche riferito che continua ad arrivare in ritardo, signorina Mazza. Ormai è un’abitudine?»
Insiste, umiliandomi. Spalanco gli occhi e mi prenderei a schiaffi perché so che ha ragione.
-«Non succederà più. C’era traffico oggi e... »
Mi affretto a dire, mortificata.
-«No, infatti. Non succederà più.»
Mi interrompe lui e io, presa dal panico, mi immagino già senza lavoro.
-«La prego, signor Javier, non mi licenzi!»
Lo dico, quasi implorando e subito dopo aggiungo.
-«Ho bisogno di questo lavoro!»
Sulle sue labbra spunta un sorrisetto strano. Annuisce e mi fa segno di avvicinarmi e, intanto, si alza. Mi appoggio con le mani alla scrivania mentre lui si posiziona dietro di me, aderendo con tutto il suo corpo al mio. Sento il calore che emana e qualcosa di consistente tra le natiche, intuendo, mio malgrado, di cosa possa trattarsi. Poi afferra il mio mento con una mano, costringendomi a girare la testa e a guardarlo negli occhi.
-«Non ti licenzierò. Però, da questo momento in poi, pagherai una penitenza ogni volta che arriverai in ritardo.»
Aggiunge sicuro di sé.
-«Sì, signore.»
Rispondo pronta. Ancora quel suo sguardo che mi scopa la mente e che mi manda in confusione. E mentre le sue dita sulle mie cosce seminude si infilano in un buco nel mio sottilissimo collant, strappandolo con violenza, mi dice:
-«Adesso togli queste calze orrende e non venire mai più al lavoro in queste condizioni!»
Annuisco, deglutendo a fatica quando mi lascia andare; subito mi chiudo in bagno e mi libero dei collant, accorgendomi tuttavia di essere stranamente umida proprio in mezzo alle cosce.
La giornata passa in fretta e posso tornare a casa. La sera metto la sveglia mezz’ora prima del solito e vado a letto. La mattina dopo, però, mi rendo conto di non averla sentita. Tuttavia, mi vesto con cura, prendo la macchina, ma arrivo ugualmente in ritardo di altri dieci minuti anche oggi. Nella mia testa in quel momento risuona solo la parola "penitenza" e un brivido mi scuote tutta, provocandomi strani brividi di ansia ma anche di eccitazione sessuale. Entro in tutta fretta nel mio ufficio e mi siedo dietro la scrivania con il fiatone, sperando che Javier non sia ancora arrivato, anche se ovviamente qualcuno farà la spia come ieri. Appena accendo il computer, la porta del suo ufficio si spalanca e i suoi occhi neri si puntano subito su di me.
-«Dentro!» Tuona.
Mi alzo in fretta, tutta tremante, ed entro nel suo ufficio. Lui chiude la porta con un tonfo secco e io sobbalzo spaventata.
-«Mi scusi, non ho sentito la sveglia.» Mormoro terrorizzata.
-«Seduta!» Mi ordina.
Mi siedo sulla poltrona davanti alla sua scrivania e lui si siede sull’altra, a fianco a me.
-«Ti ricordi cosa ti ho detto ieri, vero?» Annuisco.
-«Bene, adesso alzati e appoggia le mani sulla mia scrivania.»
Faccio come dice, un po’ incerta, e cerco di guardarlo mentre si alza dalla poltrona, ma subito mi ordina di guardare avanti. All’improvviso sento il mio culo che va in fiamme. Lancio un piccolo grido e spalanco gli occhi quando mi rendo conto che mi ha appena schiaffeggiata.
La sua mano percuote ancora le mie natiche e io sento le lacrime riempirmi gli occhi per il dolore che mi pervade.
-«Te ne darò uno per ogni minuto di ritardo che hai fatto»,
Dice appena mi assesta la terza sculacciata, ancora più forte delle precedenti.
-«No, signore, la prego!»
Lo imploro con voce disperata.
-«Stai zitta!» Mi ammonisce.
A quel punto con un grosso nodo alla gola, annuisco, trattenendo il fiato. Per mia fortuna, la quarta sculacciata non arriva e ammetto che ho rischiato di rimanere estremamente delusa per questo.
-«Quanto ritardo hai accumulato oggi?»
Mi chiede. So di non poter mentire, ma soprattutto non voglio e rispondo con voce tremante:
-«Dieci minuti.»
Lui, allora, inizia a contare. Mi sculaccia con forza e sento le gambe che iniziano a cedere per il bruciore che provo. Non azzardo alcun movimento e anche se dovrei sperare che finisca tutto in fretta, in realtà essere battuta così m i ha provocato un calore benefico al basso ventre, allertando tutte le terminazioni nervose della mia fica, ma anche quelle del mio culo. La decima sculacciata, infatti, mi fa scappare un intenso gemito di piacere. Anche lui nella concitazione dello sforzo mostra una discreta erezione sotto il tessuto dei pantaloni per cui, quasi urlando, dopo essersi seduto, mi intima.
-«Adesso torna alla tua scrivania, cazzo.»
Esco in fretta, non ignorando il dolore e tutto il calore che mi sconvolge fica e culo, lanciando un piccolo urlo non appena mi metto a sedere. I miei glutei mi bruciano da morire, e passa un po’ di tempo prima di riuscire a rilassarmi completamente. Ormai non riesco a concentrarmi su quello che devo fare e, mentre digito sulla tastiera, inizio a sentire un intenso languore tra le cosce. Andando in bagno per liberare la vescica, scopro che in realtà ho la fica fradicia e le mutandine zuppe. Passandovi sopra la mano la mia fregna ha uno spasmo di eccitazione e mentre mi vengono in mente tutti i colpi che mi ha inferto. Inizio a toccarmi e a penetrarmi prima con un dito, poi con due e infine con tutte e quattro. Inizio a gemere forte e ho una disperata voglia di godere. L’orgasmo arriva devastante, intenso, facendomi urlare di piacere, mentre la mia fica emette sborra come un torrente. Mi sento devastata, ma anche tanto appagata. Mi siedo sulla tazza e inizio a domandarmi cosa sia accaduto veramente. Mi è piaciuto? Com’è possibile tutto questo? Quando torno alla scrivania sono ancora più confusa.
La sera a casa, scopro di avere qualche livido sul culo e, dopo una doccia ristoratrice, decido di andare a letto, provando a dormire. Ma la notte la trascorro in totale agitazione, cercare un nesso tra il dolore e l'umiliazione inflittami e il piacere che l'essere percossa mi ha provocato.
La mattina dopo mi preparo in fretta e arrivo al parcheggio presso lo studio con cinque minuti in anticipo, ma resto seduta in macchina volutamente con il cuore che inizia a galoppare all'impazzata. Non so se è solo curiosità di scoprire se quello che sono stata costretta a subire mi è piaciuto davvero o perché in realtà Javier è riuscito a tirar fuori la mia vera natura. Sta di fatto che arrivo alla mia scrivania ancora in ritardo e, invece di affrettarmi, la raggiungo con studiata flemma. Aspetto con ansia che Javier esca dal suo ufficio e lui, puntuale, mi grida di raggiungerlo.
-«Non riesci proprio a farne a meno, eh?»
Mi sussurra in un orecchio con voce dura.
-«O lo fai apposta?»
Aggiunge. Sporgo il culo in fuori, sfacciatamente, regalandogli una vista perfetta delle mie toniche natiche, e aspetto che inizi il supplizio, ma quello che ricevo è solo una sonora risata. Mi giro a guardarlo confusa e lui torna subito serio.
-«Tira la gonna sopra i fianchi.»
Mi ordina. Lo faccio lesta e riprendo la mia posizione.
-«Quanti minuti oggi?»
Mi chiede.
-«Quindici.»
Affermo con sicurezza. Mi sto già eccitando e attendo le prime percosse con impazienza.
-«Bene.»
Commenta, iniziando a colpirmi con la mano aperta e con studiata foga. Conta a uno a uno tutti i colpi che mi arrivano sui glutei e io, a ognuno di essi, reagisco con un gemito sempre più intenso. Dopo il quattordicesimo sono così arrapata che rischio quasi un orgasmo. Sussulto quando lui preme due dita sulle mie mutandine fradice.
-«Cazzo, ti piace proprio, eh!»
Mormora con voce roca, dimostrando che anche lui è eccitato. Annuisco e muovo i fianchi, bisognosa che quel contatto non finisca, ma lui toglie subito la mano.
-«Stai ferma.»
Mi ordina mentre lo sento muoversi dietro di me, ma non riesco a vedere né a capire cosa stia per fare. Dopo qualche istante, però, la sua mano si schianta violentemente contro il mio culo e io non capisco più niente. Gemo rumorosamente e cerco di raddrizzarmi, ma lui me lo impedisce.
-«Sei proprio una cagna in calore.»
Afferma con un tono di voce strano. Vorrei girarmi a guardarlo, ma desisto e resto in trepidante attesa. Quindi, con il palmo della mano raggiunge la mia fica e inizia a palparmi con gesti rudi, prima di strapparmi i collant e appoggiare la punta del suo cazzo sopra le mie mutandine, proprio al centro della mia fessura gonfia per l'eccitazione.
-«Lo senti quanto è duro il mio cazzo?»
Lo sussurra al mio orecchio, quasi rantolando per il piacere. Dopo aver spostato le mie mutandine, percepisco il suo cazzo sfregare sulla mia fessura ormai fradicia di umori e, col timore che possa allontanarsi, ricerco con foga quel contatto, andandogli incontro e mugolando. Invece, mi lascia così fiato corto, lo osservo seduto alla poltrona con il suo enorme cazzo in mano.
-«Vieni e leccalo, adesso, troia!»
Come un automa, mi sistemo accovacciata sui talloni tra le sue gambe e inizio a leccare la punta. Lo sento fremere sotto il mio tocco delicato, ma subito prende il comando e mi spinge con le labbra verso il suo cazzo, facendolo entrare nella mia bocca.
-«Succhiamelo!» sbotta, spingendo la mia testa e facendolo entrare sempre di più.
Intanto, col piede mi stuzzica la fica.
Ma devo concentrarmi sul pompino che sto per fargli. Quella mazza pulsante è talmente grossa che non riesco a tenerlo tutto in bocca. Quindi, inizio a leccare e succhiare, muovendomi sempre più velocemente e impugnando quella minchia dura alla base con una mano. Javier continua a guidarmi e a spingermi sempre più a fondo finché, con violenza, alza i fianchi e me lo fa arrivare fino in gola, soffocandomi. Rimane fermo in quella posizione per qualche secondo e poi mi lascia andare, imprecando. Ripete di nuovo quel movimento, trattenendomi più a lungo, e alla fine lo sento urlare tutto il suo piacere mentre quella carne dura mi pulsa in bocca e, finalmente, me la riempie di sperma caldo; ma è troppo copioso e finisce con l’imbrattarmi viso, collo e seno.
-«Spalmatelo tutto e lecca, troia!»
Poi, mentre io eseguo il suo ordine, raccogliendo con le dita e assaggiando la sua sborra, lui, appagato, si alza e si riveste. Io, ancora boccheggiante ma consapevole di non aver goduto, percepisco la mia fica ancora arrapata e "in un lago".
-«Questa è la tua punizione di oggi. E guai se vengo a sapere che ti sei masturbata.»
Minaccia beffardo.
Annuisco frustrata e faccio per uscire, ma lui, prima con fare minaccioso e poi con voce suadente, mi intima:
-«Nemmeno a casa potrai farlo, signorina Mazza. Tuttavia, se domani arriverà in orario, allora forse potrei accontentarla.»
La mattina successiva, dopo quasi una settimana di continui ritardi, sono la prima a entrare in ufficio. Inizio a lavorare quando vedo Javier arrivare e invitarmi nel suo ufficio con un cenno. Lo seguo in silenzio e lui chiude la porta.
-«Oggi è la prima volta; come mai?»
Chiede sarcastico. Il ghigno che ha sul volto mi conferma che ne conosce benissimo il motivo. Tuttavia, decido di rispondere con estrema sincerità.
-«Per tutta la serata di ieri non ho fatto altro che pensare alle sensazioni che è riuscito a regalarmi, eccitandomi come la più lurida delle troie. Ma, nonostante il desiderio frustrante di godere, ho fatto come mi ha ordinato: mi sono imposta di non farlo e oggi vorrei la mia ricompensa.»
Il suo sguardo torvo mi invoglia a moderare le mie pretese e continuo:
-«La prego, non sono riuscita a dormire stanotte, ero troppo vogliosa, eccitata... avrei fatto qualunque cosa pur di godere come una cagna.»
-«Brava. Mi piace sentirti implorare.»
Risponde soddisfatto. Ma io sono già oscenamente eccitata.
-«Adesso dimmi, cosa preferisci?»
Mi chiede improvvisamente, facendomi sentire in fortissimo imbarazzo nel dover ammettere che ardo dal desiderio di essere sculacciata e poi sbattuta come la più laida delle puttane. Le parole non mi escono dalla bocca nonostante il desiderio che provo.
-«Niente? Allora puoi tornare...»
Mi dice calmo, ma non gli permetto di finire la frase perché lo anticipo.
-«No! Mi... mi sculacci, la prego. Lo desidero tanto.»
Sulle sue labbra balena un sorriso beffardo.
-«Allora spogliati!»
Lo faccio in fretta, lascio cadere il vestito a terra, tolgo il reggiseno e, con misurato pudore sotto il suo sguardo penetrante, anche le mutandine. Quindi mi sistemo nella solita posizione e aspetto che inizi a colpirmi.
-«Quante ne vuoi?»
Mi chiede subdolamente.
-«Quindici.»
Mormoro con decisione. Già dopo la quinta percossa le mie natiche sono in fiamme. Ma il piacere che si diffonde in tutto il mio corpo supera di gran lunga la sensazione di dolore. Gemo intensamente a ogni colpo e Javier, al decimo, si ferma e mi palpa la fica con decisione.
-«Sei già un lago, puttanella.»
Dichiara con soddisfazione, poi aggiunge:
-«Ti piace proprio farti battere il culo, vero?»
-«Sììììììì!»
Ammetto con oscena sincerità. L’undicesima arriva sul culo molto più forte, facendomi sobbalzare e cadere con il seno sulla scrivania fredda; faccio per sollevarmi, ma Javier mi trattiene giù, appagato da quella mia nuova postura a cui mi ha obbligata. Ora mi domina completamente. Di quella nuova posizione sono soddisfatta anche io perché mi rendo conto che i capezzoli turgidi, sfregando contro il freddo piano del mobile, mi fanno arrapare ancora di più.
-«Oddio! Ti prego, Javier, non smettere!»
Lo imploro quando la percossa successiva mi brucia i glutei, provocandomi intense fitte di piacere nella fica e nel culo, facendomi gemere ancora una volta come una cagna in calore. Non ho il tempo di finire la mia supplica che, di colpo, ne arriva un altro violentissimo, mentre lui mi ammonisce severo: «Non chiamarmi mai più per nome, Intesi? Da oggi io sono il tuo Signore e il tuo padrone.»
Annuisco decisa. Quindi, sfiorandomi la fica bagnata, mi dice:
-«Farai sesso e godrai solo con me o con chi ti dirò di farlo, intesi? Rispondi!»
-«Sì, sì, sì!» ansimo.
Mentre mi infila due dita dentro la fica, mugolo, cercando di andargli incontro per aumentare quel contatto, ma lui si interrompe e mi urla contro:
-«Sì cosa, cazzo?»
-«Sì, signore!»
Rispondo pronta. Soddisfatto, riprende a trapanarmi la fica con le dita, quindi si posiziona dietro di me e mi sbatte letteralmente il suo cazzo sul clitoride un paio di volte, eccitandomi come una vacca da monta. Perché è proprio così che mi sento: una troia, una puttana vogliosa, affamata di cazzo, di quella violenza e di quel dolore che ora so mi procurano un immenso piacere. Lo sento spingere la sua minchia proprio al centro della fessura, violandola con la punta per poi tirarsi indietro, facendomi impazzire di desiderio. Ma quando, dopo circa un minuto di questo osceno e meraviglioso supplizio, me lo sbatte tutto dentro in un solo colpo, resto completamente senza fiato per le dimensioni e per la violenza che usa.
-«Hoooooooooooo; sì, sì, sì, mio signore, spaccami!»
Sento le sue palle sbattere contro il mio clitoride e le sue mani che mi afferrano per le natiche, stringendo e mungendomi come una vacca. Poi mi afferra per i fianchi e inizia a dare spinte lente, cadenzate ma decise, profonde. Man mano che mi sbatte, io inizio a gemere sempre più forte e allora lui aumenta il ritmo e ne assesta alcune potenti col preciso intento di farmi godere. Quindi, Inizia a insultarmi.
-«Dovresti guardarti, Troia. Ti stai facendo fottere come una puttana da strada; scommetto che adesso saresti disposta a tutto pur di godere, vero?»
-«Sì. Sì. Sì. Mio signore, farei tutto, proprio tutto. Per te mi farei montare da chiunque tu voglia; per te tutto, mio padrone, sarò la tua troia. La tua puttana, la tua cagna in calore»
Proprio mentre finisco la frase, urlo tutto il mio godimento, tremando e sussultando in preda agli spasmi di piacere.
Poi tira fuori il cazzo, raccoglie i miei umori con una mano e mi obbliga a leccare tutto e succhiare la sua mano, completamente intrisa dei miei umori, in modo animalesco, lappando tutto come una cagna.
-«Brava la mia troia. Adesso vieni a spompinami il cazzo. Subito, puttana!»
Mi ordina, insultandomi in modo volgare.
Mi inginocchio davanti a lui e inizio a sbocchinarlo con foga. Se c’è una cosa che adoro e che mi eccita da impazzire, è averlo in bocca e godere del sapore che un bel cazzo dispensa. Il suo, in particolare, mi fa impazzire perché ha un che di animalesco, di selvaggio e io mi sento la sua cagna. Mi afferra per i capelli e guida i movimenti della mia bocca a suo piacimento. Mi eccita che mi usi così, mi arrapa l’idea che possa e voglia abusare del mio corpo e di me. E anche se il suo cazzo enorme rischia di soffocarmi, metto tutto il mio impegno per portarlo al massimo del piacere.
Intanto, piegandosi verso di me, scivola con le dita tra le mie natiche e inizia a stuzzicarmi il buco del culo. Mi lubrifica con gli umori che ancora fuoriescono dalla mia fica e me ne infila due, iniziando a fottermi così. In breve, mi ritrovo nuovamente eccitata ma in un modo differente dal solito, più pervasivo, meno concentrato su una sola parte del mio basso ventre. Nel giro di un minuto al posto delle sue dita sento il bisogno di avere il mio culo riempito da qualcosa di più consistente. Come se mi avesse letto nel pensiero, Javier dalla sua scrivania recupera una grossa candela di cera profumata, l’accende e inizia a far colare la cera sulle mie spalle e sulla schiena. Il calore della candela mi provoca forti e intensissimi brividi di piacere. Quindi indirizza la cera calda nel solco tra le natiche, facendomi gemere forte mentre non smetto di sbocchinarlo con una passione inusitata. Sempre accesa, mi punta la parte inferiore tra le natiche e, forzando appena, me la infila quasi tutta nel culo, ancora accesa, iniziando a fottermi così.
Sono letteralmente fuori controllo e i miei sensi percepiscono in modo acutissimo le fitte di piacere che quella situazione oscena, perversa e depravata mi sta procurando. Quella idea perversa di umiliarmi e mortificarmi così, abusando di me, mi fa letteralmente impazzire di eccitazione. Ormai sono al limite e attendo da un momento all’altro un nuovo orgasmo. In concomitanza di ciò, aumento le lappate e il lavoro di labbra e bocca su quella minchia straordinariamente dura e pulsante. Quasi in sincrono, lo sento urlare e godere, sborrando abbondantemente e prepotentemente dentro la mia bocca al punto che una buona parte schizza fuori, sul mio seno. Il mio orgasmo arriva, travolgente procurandomi un piacere osceno e constatando che godere col culo è qualcosa di così soddisfacente e appagante che quasi lo preferisco al piacere clitorideo o vaginale. Mentre mi attardo su questa considerazione e ancora in preda agli ultimi sussulti di piacere, sento Javier che mi ammonisce.
-«Raccogli e lecca tutto cagna. Poi ripuliscimi la minchia per bene.»
Senza replicare e senza affanno, raccolgo tutti gli schizzi di sperma sul mio corpo e lecco fino all’ultima stilla. Poi riprendo in bocca il suo cazzo e inizio a leccare tutta l’asta e succhiare dalla cappella le ultime gocce di sborra.
Non mi concede nessuna pausa; mi ordina di vestirmi mentre lui ha già indossato i suoi pantaloni. Una sonora sculacciata sottolinea l’ordine di uscire dal suo ufficio e di andare a lavorare; intanto, si mette in tasca le mie mutandine.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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